Zona break in ufficio: come ricavare un angolo che scalda il gruppo di lavoro in autunno
Bastano sei metri quadri, un tavolo alto e le sedute giuste. Il resto lo fanno le persone, se lo spazio glielo permette.
C’è un momento, verso le dieci di una mattina di novembre, in cui l’ufficio si scalda. Non per il riscaldamento, che è acceso dalle sette. Si scalda perché tre o quattro persone si ritrovano davanti alla macchina del caffè e per cinque minuti parlano di tutto tranne che di lavoro. Poi tornano alla scrivania e lavorano meglio.
Quel momento succede comunque, in qualsiasi azienda. La differenza è dove succede: in piedi in un corridoio, davanti a un distributore accanto alla fotocopiatrice, oppure in una zona break in ufficio pensata per questo. Uno spazio piccolo, con un tavolo e qualche seduta informale, che dice a chi lavora lì che la pausa è prevista, non tollerata.
In questa guida vediamo come ricavare quello spazio in un ufficio esistente, senza cantiere: dove metterlo, quanto deve essere grande, cosa ci va dentro e cosa tenere lontano.
A cosa serve una zona break (oltre al caffè)
La pausa di dieci minuti lontano dallo schermo non è un’indulgenza: è il modo in cui l’attenzione si ricarica. Chi passa la pausa alla propria scrivania, con il telefono in mano, non stacca. Chi si alza, cambia stanza e cambia postura torna con la testa più libera. Dal 1989 lo vediamo nelle aziende che seguiamo: dove c’è un posto per fermarsi, ci si ferma meno a caso durante il resto della giornata.
C’è poi la parte relazionale, che d’autunno pesa di più. Con le giornate corte e il lavoro a distanza, le occasioni di scambio informale si riducono. La zona break è il luogo dove il commerciale parla con l’amministrazione senza convocare una riunione, dove si risolve in tre minuti quello che via mail avrebbe richiesto tre giorni.
Infine c’è l’immagine. Un cliente o un candidato che entra e vede un angolo curato, con qualcuno che ci chiacchiera dentro, capisce qualcosa dell’azienda prima di sedersi in sala riunioni. Un distributore in corridoio dice il contrario.
Dove metterla e quanto spazio serve
La posizione conta più dei metri quadri. La zona break deve essere vicina alle postazioni ma non in mezzo: raggiungibile in pochi passi, così la pausa resta breve, ma separata quanto basta perché chi lavora non senta ogni tazzina. L’angolo con la finestra, spesso occupato da un armadio, è quasi sempre il candidato migliore: la luce naturale è la prima cosa che scalda un ambiente in autunno.
Sulle dimensioni, un’indicazione pratica che usiamo nei progetti: per un ufficio da 8-10 persone bastano 5-6 metri quadri; da 15-20 persone servono 10-12, con due punti di sosta distinti. Non serve una stanza. Serve un angolo delimitato, e per delimitarlo senza muri si usano pareti mobili divisorie basse, a mezza altezza, o un sistema d’arredo che faccia da quinta: una libreria passante, un pannello con la mensola, una cabina aperta.
Spesso lo spazio c’è già e non si vede. In molte PMI della provincia di Varese abbiamo ricavato la zona break spostando un armadio universale di un metro e mezzo e recuperando la nicchia che ci stava dietro. Il rilievo in loco serve a questo: a trovare i metri quadri che l’abitudine nasconde.
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Cosa ci va dentro: tavolo, sedute, appoggi
L’errore classico è arredare la zona break con gli avanzi: la vecchia scrivania, le sedie della sala riunioni dismesse. Il risultato è un posto dove nessuno vuole stare. L’arredo informale ha regole sue, e sono tre.
- Il tavolo giusto è alto. Un tavolo snack a 105-110 cm con sgabelli invita a fermarsi cinque minuti in piedi o appollaiati, non a sedersi mezz’ora. Il tavolo basso da salotto fa l’effetto opposto: allunga la pausa e la rende meno frequente.
- Le sedute devono essere diverse dalle postazioni. Dopo ore su una seduta operativa, il corpo cerca altro: uno sgabello, una panca, una poltroncina bassa in tessuto. Le sedute e i tavoli per le aree informali sono pensati per questo cambio di postura.
- Servono piani d’appoggio. Una mensola per le tazze, un piano per il vassoio, un posto dove lasciare il telefono. Senza appoggi la zona break si riempie di cose posate a terra e in tre giorni sembra un ripostiglio.
D’autunno si aggiunge un dettaglio che d’estate non esiste: i cappotti bagnati. Un appendiabiti a piantana o a parete accanto alla zona break, lontano dalle scrivanie, evita che le giacche gocciolino sugli schienali delle sedute operative e tiene ordinato l’ingresso. È un accessorio da venti euro che risolve un fastidio quotidiano da ottobre a marzo.
Rumore, odori, luce: le tre cose da tenere sotto controllo
Una zona break mal posizionata si riconosce dal reparto vicino, che dopo un mese chiede di spostarla. I problemi sono sempre gli stessi tre, e si prevengono in fase di progetto.
Il rumore è il primo. Tazzine, macchina del caffè, risate: in un open space con le finestre chiuse rimbalzano ovunque. Un pannello fonoassorbente sospeso sopra il tavolo e una quinta in feltro verso le postazioni bastano quasi sempre. Le soluzioni per l’acustica si integrano nell’arredo e non sembrano quello che sono.
Gli odori sono il secondo. Il forno a microonde va tenuto lontano dalla zona caffè e da qualsiasi postazione, se possibile in un vano chiuso con una piccola aspirazione. Il caffè profuma, il minestrone riscaldato no.
La luce è il terzo, e d’autunno diventa il primo. Se la zona break non ha una finestra, serve una luce calda dedicata, a 2700-3000 kelvin, diversa da quella fredda delle postazioni. Anche la scelta della lampada racconta che quello è un posto diverso dal resto dell’ufficio.
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Materiali che scaldano e che durano
La zona break è il posto giusto per i materiali che nelle postazioni operative si usano con parsimonia: il legno a vista, il tessuto colorato, una finitura più morbida. Un piano in rovere, sgabelli con la seduta in tessuto terracotta o verde bosco, una panca imbottita contro la parete. Sono superfici piccole, e proprio per questo si può osare senza che l’ufficio perda compostezza.
Un criterio che teniamo fermo: scegliere prodotti che tra cinque anni esistano ancora. La zona break è lo spazio che più spesso si amplia, quando l’azienda cresce. Se il tavolo è di una serie che il produttore mantiene a catalogo, si aggiunge un modulo dello stesso colore; se era un pezzo di occasione, si ricomincia da capo. È il motivo per cui selezioniamo pochi marchi italiani e li conosciamo uno per uno.
Lo stesso vale per la manutenzione. Tessuti sfoderabili, piani che reggono il caffè rovesciato, sgabelli con la struttura in metallo verniciato: la zona break è l’ambiente più usato dell’ufficio in rapporto ai metri quadri, e deve reggere l’uso senza sembrare consumata dopo un inverno.
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Da dove cominciare: il rilievo e il progetto
La zona break si progetta in un pomeriggio e si monta in una mattina. Il lavoro vero sta prima: capire come si muovono le persone nell’ufficio, dove si fermano già oggi, quale angolo è sprecato. Per questo partiamo sempre da un rilievo in loco, e non da una foto mandata via mail.
Dopo il rilievo arriva il progetto su CAD 3D, con le misure reali e gli arredi scelti, così si vede l’angolo prima di ordinarlo e si correggono le proporzioni quando costa niente. Poi la fornitura e il montaggio, di solito in un’unica consegna, senza fermare il lavoro delle postazioni operative accanto.
Un ufficio che ha un posto dove fermarsi è un ufficio dove si sta meglio da ottobre a marzo, quando fuori il tempo non aiuta. Non serve una ristrutturazione: serve un angolo pensato, con le sedute giuste e la luce giusta. Poretti Atu affianca le PMI e gli studi professionali di Varese, dell’Alto Milanese e del Ticino di confine dal rilievo alla consegna.
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